Il tempo delle simulazioni è ormai terminato. Per quasi due anni, il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM) è stato trattato da molti come un esercizio burocratico di "compilazione".
Ma il 1° gennaio 2026 segnerà uno spartiacque decisivo: si passa dalla sola rendicontazione al pagamento effettivo. Non siamo di fronte a un semplice dazio doganale, ma a un cambiamento strutturale delle catene del valore globali.
Il CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism è un tributo ambientale introdotto dal Regolamento (UE) 956/2023 con un obiettivo chirurgico: evitare che gli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra in ambito europeo vengano vanificati importando merci da paesi con politiche climatiche meno rigide.
Il fenomeno del carbon leakage aumenta le emissioni in paesi extra-UE per effetto del trasferimento della produzione in paesi con politiche più permissive, generando una perdita di competitività delle industrie locali e una riduzione degli effetti delle politiche di decarbonizzazione. In scenari simili uno strumento come il CBAM permette di compensare il vantaggio economico di chi produce in modo meno sostenibile all'estero.
Se inizialmente il CBAM sembrava confinato ai giganti come acciaio e cemento, oggi la prospettiva è radicalmente cambiata. La normativa ora comprende 180 prodotti a valle non solo contenenti acciaio e cemento, ma anche ghisa, ferro, alluminio, fino ad arrivare ad alcune sostanze chimiche, concimi e l’energia elettrica.
Parliamo di merci che, pur rappresentando il 15% del volume fisico delle merci CBAM, pesano per il 53% in termini di valore. Entro il 2030, si stima che questi prodotti genereranno il 20-25% delle entrate totali del CBAM.
Immaginate di essere il responsabile acquisti (il procurement) di un'azienda che importa elettrodomestici. Fino a ieri, il vostro lavoro si riassumeva in una domanda: "Chi mi fa il prezzo più basso?". Dal 2026, questa domanda potrebbe nascondere insidie.
Prendiamo un caso pratico. Agli occhi della dogana europea, una lavatrice importata dalla Cina o dall'India non è un elettrodomestico che lava i panni. È un assemblaggio di materiali. Nello specifico, è composta per il 60% da acciaio e per il 5% da alluminio. Il CBAM non tassa la manodopera o la plastica dei pulsanti, ma colpisce duramente quel metallo. Se l'acciaio della carcassa è stato prodotto in un altoforno a carbone inquinante, quella lavatrice ha uno "zaino invisibile" di CO2 che dovrete pagare alla frontiera.
Non tutto ciò che attraversa la frontiera è soggetto al tributo. Esistono tre "scialuppe di salvataggio" normative:
La partita si gioca su uno snodo cruciale: il calcolo delle emissioni.
Il principio cardine del regime definitivo è: "Più il dato è specifico, meno si paga". Durante la fase transitoria erano accettabili stime o valori predefiniti; dal 2026, l'uso di "stime approssimative" non sarà più consentito. Le aziende devono utilizzare il metodo del valore effettivo, basato su dati primari specifici dell'installazione di produzione. Per le merci complesse (es. prodotti in acciaio), il calcolo segue un approccio a "matrioska". Bisogna ottenere i dati reali delle emissioni non solo per il prodotto finale, ma anche per tutti i materiali in entrata (precursori).
Le emissioni dovranno essere poi verificate da un verificatore accreditato, che, a seguito di verifiche in loco, conferma la correttezza della dichiarazione e la conformità alle norme di calcolo.
Il CBAM sposta la competizione dal solo prezzo di acquisto al "prezzo + intensità di carbonio". L’impatto è a monte, non a valle: il costo del carbonio non si applica al processo di assemblaggio o lavorazione, ma alle emissioni incorporate nelle materie prime utilizzate.
Essere sprovvisti di sistemi capaci di fornire dati reali verificati, comporta l’obbligo di utilizzo dei valori predefiniti della Commissione europea, che includono una maggiorazione (markup) punitiva, aumentando drasticamente i costi.
È la “trappola dei precursori”: la ricerca di vantaggi acquistando componenti “low cost” da fornitori extra-UE incapaci di fornire dati verificati sulle materie prime è vanificata dall’applicazione dei markup, che fanno esplodere l’onere alla dogana azzerando il margine di profitto della commessa.
Un prodotto finito importato che costa il 5% in meno (prezzo FOB) ma privo di dati certificati sulle emissioni (costringendo all'uso dei valori di default), risulterà alla fine più costoso di un’alternativa dotata di tracciabilità del carbonio trasparente e bassa (dati reali).
Difendere il margine non significa più cercare il listino prezzi più basso, ma selezionare fornitori capaci di garantire la tracciabilità e basse emissioni, e di conseguenza riducendo i costi di conformità. La gestione dei dati è diventata un asset finanziario critico.
Per proteggere il business, la checklist per il management è chiara:
La conformità al CBAM 2026 è una sfida di sostenibilità strategica. Affidarsi ai valori predefiniti significa accettare una perdita di marginalità programmata o, nel caso dei prodotti a valle, rinunciare a dimostrare la propria superiorità tecnologica e ambientale. Navigare la complessità del Regolamento CBAM richiede competenza tecnica e visione d’insieme.
La vostra filiera extra-UE è pronta a fornire dati verificabili o preferite pagare il prezzo dell’incertezza? Green Future Project accompagna la tua azienda verso la piena conformità al CBAM: misurazione delle emissioni, monitoraggio strutturato, strategia di riduzione e supporto completo nelle dichiarazioni.